We are what we do

WeAre

Questa frase ricorre spesso nel management “moderno”. In realtà il concetto è vecchio come l’uomo. Maggiore evidenza di ciò è riscontrabile nei paesi dove tutti conoscono per la loro funzione il maresciallo, il prete, il farmacista, il barbiere. Riguardo all’animo col quale il compito viene svolto, molto efficace la storiella che narra di un viandante che giunto in prossimità di un gruppo di scalpellini chiese al primo: “cosa stai facendo?” e questi gli rispose “non lo vedi? Mi spacco la schiena tagliando pietre!”; ripeté la domanda al secondo che gli rispose: “mi guadagno da vivere tagliando pietre!”. Fece poi la stessa domanda ad un terzo che gli disse: “taglio pietre per costruire una cattedrale!”. Dobbiamo tutti cercare di vedere la nostra “cattedrale” perché, nella produzione, elemento decisivo per mettere in moto la catena per la generazione di valore, sono le persone; ciascuna per la propria parte. Ogni proposta, ogni idea, ogni osservazione può portare valore al processo; può risultare decisiva.

Guardare ogni giorno la realtà con occhi nuovi e mettere a disposizione le nostre competenze. Apprendimento continuo ed insegnamento continuo per migliorare le capacità di sfruttamento dei mezzi che la information technology mette a nostra disposizione con lo scopo di produrre innovazione. Contribuire ad identificare, in un contesto continuamente mutevole, il metodo per raggiungere performance di livello elevato eliminando le attività che non creano valore e semplificando la relazione con il cliente finale.

Un tipo di approccio questo, che consente di poter svolgere in modo profittevole qualunque compito ricevuto in assegnazione. Che, soprattutto, qualifica il lavoratore come “knowledge worker” ovvero come un asset produttivo e non come un elemento di costo.

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Il prezzo di un #Like

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Sono trascorsi pochi giorni dal verificarsi di una sciagura aerea causata dalla depressione, un male terribile che affligge tante persone senza distinzione di ceto o di classe, di cui soffriva il secondo pilota dell’aeromobile andata a schiantarsi col suo tragico carico umano contro un versante delle Alpi francesi.

E’ bastato che qualcuno, sulla stampa o in TV, parlasse di “uomo solo ai comandi” per scatenare manifestazioni di squallido opportunismo che hanno portato taluni a fare paragoni con la difficile situazione politica del nostro Paese e con supposte attitudini al comando solitario attribuite al Primo Ministro da persona che ricopre un importante incarico istituzionale.

C’è chi lo ha fatto per puro calcolo, in qualità di capo di una fazione politica avversaria, essendo abituato a parlare alla “pancia” di un elettorato capace di reagire soltanto a questo genere di stimoli. C’è però anche, e questo a mio avviso è ancora più grave, chi lo ha fatto sapendo che così avrebbe aumentato il volume dei commenti sul proprio profilo nei social network. Questo secondo tipo di speculazione è a dir poco avvilente e mostra totale mancanza di sensibilità verso il dolore delle famiglie che, nella sciagura, hanno perso il loro cari.

Al di là di questo caso specifico, purtroppo, il web ha portato taluni a pensare di poter ironizzare su qualunque cosa annullando i confini del buon senso, del rispetto verso il prossimo e della buona educazione.

Ho voluto mettere la mia faccia all’inizio di questo breve ragionamento perché vi chiedo, se anch’io dovessi un giorno mostrare tali comportamenti deprecabili, di togliermi la vostra amicizia e di manifestarmi pubblicamente tutto il vostro biasimo.

I doni del salice

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Lungo i confini delle proprietà campestri, a lato dei ruscelli o dei fossetti di scolo delle acque piovane, si possono trovare delle piante di salice. Questa varietà di pianta viene abitualmente potata “ad altezza d’uomo” recidendo tutte le messi annuali in modo da lasciare, alla fine della stagione invernale, il solo fusto. I rami più teneri e flessibili, detti vinchi, venivano abitualmente impiegati in agricoltura per legare i tralci delle viti. Quelli un poco più grossi, detti vincastri, erano utilizzati per la realizzazione di cesti, vesti per damigiane, stuoie o altri oggetti. Il legno del tronco, una volta che la pianta fosse stata abbattuta, poteva essere adoperato per farne zoccoli in legno o cassette da frutta. Nella bella foto scattata dal mio amico Fabio Malossi si vedono quattro piante in attesa della potatura annuale.

E’ soltanto di uno degli innumerevoli esempi che la natura ci offre per ricordarci che tutto ciò che ci circonda merita rispetto e attenzione anche quando si tratta di specie che non sono in grado di dare frutti succosi e profumati.

Stesso rispetto ed attenzione che, nella vita come sul lavoro, dobbiamo concedere a coloro che ci sono vicini o che collaborano con noi, pure quando ci pare trattarsi di persone insignificanti, perché anche nei pensieri storti, anche nelle idee confuse, anche da lì è possibile setacciare una pagliuzza d’oro.

L’importanza dell’errore

Nessuno ama sbagliare e, soprattutto, ammettere di avere sbagliato; talvolta l’errore viene nascosto nella vana speranza di poterne evitare le conseguenze e fingendo di non sapere che, alla fine, bisogna sempre fare i conti con la realtà.

Un proverbio dice “chi non lavora non sbaglia”; a volte l’errore è un passo, pur se non necessario, per giungere al successo. Si dice anche che “sbagliando si impara” e vi sono ambiti come il tiro curvo in artiglieria dove l’errore è solo un passaggio per raggiungere l’obiettivo: se il primo tiro è corto, si aumenta la carica e, se il secondo è lungo, il terzo sarà infallibilmente quello che centra l’obiettivo.

Vi sono però casi nei quali gli errori, commessi all’inizio di una impresa, se non capiti in tempo ed affrontati con tempestività, possono avere effetti di trascinamento disastrosi simili a quelli di una valanga.

La paura di sbagliare talvolta ha conseguenze catastrofiche più di quelle del possibile errore stesso. La sciagura del Titanic in proposito è emblematica: la colpevole esitazione del timoniere ed il ritardo col quale virò nonostante fosse stato avvisato della presenza dell’iceberg, l’alta velocità e l’assurda presunzione di invincibilità della sua nave da parte del comandante, causarono l’immensa sciagura di cui tutti sappiamo.

Nel lavoro, come nella vita, è fondamentale favorire la conversazione aperta, formulare le proprie proposte senza timore di apparire inconsistenti perché, anche nei pensieri storti, anche nelle idee confuse, anche da lì si può sempre setacciare una pagliuzza d’oro. E con tante pagliuzze si fanno i lingotti.

La centralità del fattore uomo

Regolo

Ai tempi in cui si usava il regolo calcolatore per la esecuzione di calcoli era importante, dopo avere impostato i dati di una operazione, saper leggere il risultato sulla giusta scala, aggiungere se necessario il giusto numero di zeri o inserire correttamente la virgola. In difetto di ciò, il calcolo di una distanza o il dimensionamento di una struttura in cemento armato sarebbero risultati pericolosamente sbagliati.

Anche oggi, ai tempi dei computer con la loro quasi illimitata capacità e velocità di calcolo, a fare la differenza è il fattore umano. Avere a disposizione “device” super potenti e sterminate quantità di dati è estremamente importante. Ancora più importante è saperli utilizzare ed essere in grado di decidere come utilizzarli.

Pur in presenza di algoritmi che simulano con buona approssimazione il pensiero umano, è ancora e sempre l’uomo a fare la differenza perché il computer non è in grado di pensare in modo obliquo. Solo per fare un esempio, il Canale di Panama non è stato scavato cercando il punto più stretto procedendo direzione est-ovest; la via più breve, per congiungere est ed ovest, è stata trovata seguendo la direzione nordest-sudovest.

La differenza, fino ad oggi, l’hanno sempre fatta gli innovatori capaci di pensare in modo “disruptive” e poi i perfezionatori capaci di ripensare un uso non convenzionale di ciò che gli innovatori avevano creato.

La ricerca del miglioramento attraverso il cambiamento deve essere un “abito mentale quotidiano” di un vero knowledge worker ad ogni livello gerarchico. Non c’è niente di più sbagliato che pensare che migliorare il lavoro tocchi soltanto ai manager perché le buone idee possono nascere ovunque e spesso sono il frutto di successive approssimazioni scaturite dal confronto di opinioni diverse in un gioco di squadra che porta al sorgere di forme di intelligenza collettiva.

Problemi e opportunità

Anni_60

Quando avevo da poco compiuto nove anni la mia famiglia lasciò le montagne dell’Appennino Bolognese per trasferirsi nel capoluogo. Un cambio di vita che ha comportato un “salto in avanti” di una trentina di anni passando in poche ore da una situazione di miseria rurale ad una di relativo benessere cittadino.

Un “cambio di passo” e di contesto molto forte che, in attesa di trovare equilibrio, non mancò di creare qualche difficoltà. Una casa riscaldata, con acqua corrente e bagno costituiva un grande miglioramento; l’altra faccia della medaglia era rappresentata dal dover vivere in un contesto abitato da tanti sconosciuti dove la vita scorreva veloce. Dopo pochi mesi, metabolizzato il cambiamento, le mie origini cessarono di essere un problema trasformandosi in una ricchezza interiore che ancora oggi mi porto dentro.

Essere nato e avere vissuto in un ambiente ecologicamente in equilibrio dove non esisteva la spazzatura; dove il sapere delle persone, fatto di cose semplici, era però molto ramificato e consentiva di risolvere autonomamente un gran numero di piccoli problemi quotidiani; dove le persone erano abituate ad aiutarsi fra di loro al momento del bisogno; dove le cose venivano fatte sempre con uno scopo e mai per caso, tutto ciò ha rappresentato un prezioso patrimonio e ha contribuito a consolidare in me la convinzione che in fondo siamo come quaderni. Quaderni dove si annotano le esperienze di vita, di una vita della quale nulla può essere gettato via; dove ogni pagina, anche la meno positiva, è parte di noi.

Quaderni che possono essere sfogliati a ritroso per rivivere nel ricordo i giorni belli e quelli meno belli. Per constatare come, in fondo, ogni problema, ogni momento difficile, sia stato superato e sia divenuto elemento costitutivo di ciò che siamo oggi.

Reddito di cittadinanza

Salvemini

«Noi non invidiamo ai comunisti una dottrina in forza della quale essi trattano gli altri esseri umani come le società protettrici degli animali trattano i cavalli e i cani. Noi chiamiamo gli uomini ad essere uomini. Non ci attribuiamo il diritto di misurar loro, nella nostra insindacabile saggezza, la loro razione di pane promettendo di renderla più abbondante. Diciamo loro che la loro razione di pane debbono conquistarsela da sé, giorno per giorno, e che tanta ne conquisteranno quanto saranno capaci di conquistarne».

Era il 1934 quando Gaetano Salvemini appena accomodatosi sulla cattedra di “Storia della civiltà italiana” ad Harvard scriveva queste cose (“Lettere americane 1934-1948” edito da Donzelli). Oggi c’è chi parla di “reddito di cittadinanza” senza capire che la ricchezza, per poter essere distribuita, deve prima essere prodotta.

La generazione nata negli anni in cui il grande politico scriveva queste cose, ha vissuto con estrema dignità in ristrettezze anche peggiori di quelle odierne impegnandosi a conquistare ogni giorno la propria “razione di pane”. Ha superato con le proprie forze la miseria lasciata dal secondo conflitto mondiale e creato le premesse per un mondo migliore. Quello stesso mondo che oggi ospita politici di scarso valore che parlano di “reddito di cittadinanza”.