#ilcoraggiodi chiedersi: PERCHE’?

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Era la fine di settembre del ’44. Dopo un periodo di cruenti combattimenti nella zona, finalmente le truppe tedesche della 16° Divisione Corazzata al comando di Walter Reder, scendendo dai Monti della Riva e percorrendo la strada che collega l’antica pieve di Madonna dell’Acero, situata appena sotto il Corno alle Scale, a Vidiciatico, iniziarono il loro ripiegamento verso nord. I partigiani della 7° brigata Modena della Divisione Armando, in pochi e male armati, avevano ricevuto ordine di vigilare senza intervenire. Alle popolazioni civili era stato consigliato, per precauzione, di abbandonare le case e riparare nei boschi.

Nella piccola borgata di Ca’ Berna erano rimasti solo vecchi donne e bambini. Tonino, che all’epoca aveva 18 anni, all’approssimarsi dell’arrivo dei tedeschi andò incontro alla madre, che quella mattina era scesa in paese, per avvertirla del pericolo. Incontratala poco lontano, non riuscì però a dissuaderla dall’intenzione di rientrare a casa e a convincerla a seguirlo nei boschi dove egli fece ritorno nascondendosi.

Tutto sembrava filare liscio, ma l’imponderabile era in agguato. La piccola formazione partigiana seguiva la ritirata del nemico nascosta dietro gli alberi quando un suo componente, inopinatamente, piazzò una mitragliatrice su una altura al limitare del bosco sopra Ca’ Berna e, all’apparire delle prime truppe nemiche, aprì il fuoco. La mitragliatrice si inceppò. La rappresaglia dei tedeschi fu terribile: radunarono all’interno di un caseggiato tutti i 28 abitanti che erano rimasti nelle loro case e li uccisero a sangue freddo senza pietà con un colpo alla fronte in modo che ciascuno potesse vedere la morte dell’altro. La madre del giovane Tonino era fra loro.

Proseguendo il loro ripiegamento, prima di giungere a Vidiciatico, uccisero altre due persone che casualmente incrociarono il loro cammino. Nei giorni a seguire ebbero modo di lasciare una lunga scia di sangue che giunse fino a Marzabotto dove fu compiuta una immane carneficina.

A settanta anni dalla liberazione ho voluto raccontare questo tragico e poco conosciuto episodio che testimonia della assurdità delle guerre e di come sia difficile ancora oggi, per Tonino e per tutti noi, capire il perché del sacrificio di tante vite umane. Una risposta non c’è. Importante è non dimenticare.

I ricordi

Caro Gianni

I ricordi in genere deprimono …. però alcuni sono al contrario molto stimolanti. Spesso mi sono chiesto la ragione di ciò ed il tempo mi ha fornito una plausibile spiegazione che ti giro per la tua valutazione.

Non deprimono i ricordi che riguardano azioni, eventi attivi e produttivi di qualcosa di utile fisicamente (non necessariamente dal punto di vista economico o di speculazione concettuale).

Non deprimono i ricordi che riguardano persone che hanno suscitato in me stima nei loro confronti, stima per la loro abilità oppure per la loro conoscenza ma soprattutto per i loro principi etici (e non solo morali).

Non deprimono i ricordi collegati a relazioni interpersonali leali, sensate, equilibrate, razionali ma anche fortemente pervase da pathos ed empatia.

Non deprimono i ricordi che non fanno emergere sensi di rimorso per il non fatto, il non detto, il non dato …

In sintesi: Non deprimono i ricordi che non deprimono. Sembra una tautologia e lo è ma nel contempo non lo è.

(ricevuta da un carissimo e stimatissimo amico)

Social collaboration

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Uno degli aspetti positivi della social collaboration è costituito dal fatto che essa spinge le persone ad essere propositive, a proporre ed esporre senza timore le proprie idee.

In un mondo dove è la negatività a fare notizia, dove a dominare è il lamento per le cose non fatte, dove abbonda la critica di ciò che viene fatto da altri, dove molti si lamentano senza spendersi ad esporre le proprie idee, le iniziative di social collaboration sono di rilevante importanza. Lo sono perché spingono le persone ad essere propositive; danno consapevolezza del fatto che le idee proposte dal singolo contano ma possano essere migliorate collettivamente. Ci fanno capire che lavorare insieme, non solo si può, ma si deve. Ci fanno scoprire che, attraverso il web diventa possibile collaborare anche con chi è lontano, che la trasformazione dell’Intranet tradizionale in un Digital Workplace collaborativo consente di abbattere gli steccati gerarchici fino a collaborare peer-to-peer con il top management aziendale.

C’è tanto sapere nascosto che rappresenta un valore inestimabile per le aziende. Partecipare al miglioramento avere un ruolo nella costruzione di qualcosa aumenta la soddisfazione dei singoli e sviluppa la consapevolezza della necessità di accettare la critica propositiva e di praticarla. Nessun investimento in tecnologia può superare il contributo dato da persone motivate che collaborano fra di loro.

Basta lamentarsi; è il momento di collaborare. Dentro e fuori il mondo del lavoro.

Il valore del lavoro

ValoreDelLavoro

In quaranta anni, sempre nel settore bancario, in media ogni tre ho variato l’ambito di svolgimento della mia attività. Spesso, in queste occasioni, ho dovuto con rammarico “lasciare per strada” colleghi che godevano della mia stima. Fortunatamente, negli ultimi anni di attività, grazie alle nuove tecnologie, non soltanto ciò non è più accaduto, ma utilizzando nuove forme di comunicazione ho potuto collaborare peer-to-peer a progetti trasversali in Azienda, conoscere persone lontane, imparare molte cose e dare il mio personale contributo di idee. Oggi, per chi lo vuole, è finalmente possibile contribuire a sviluppare forme di “intelligenza collaborativa”.

Ora sono in pensione. Avevo immaginato che, dopo averlo lasciato, il lavoro mi sarebbe mancato molto. In realtà la vera mancanza che sento è quella dei colleghi e di molte delle persone con le quali ho condiviso esperienze. Infatti, sono le persone che mettono in campo ogni giorno passione ed impegno a fare la differenza e a rendere stimolante il lavoro perché, come ha detto una volta il CEO del Gruppo per cui lavoravo, “No amount of technology or investments can replace the energy of empowered people; this is how innovation works out”.

Ora sono fuori ma, a chi lavora, suggerisco di tenere sempre presenti queste parole, di approfittare di tutte le occasioni per allargare la propria rete di contatti e di esporre sempre le proprie idee o proposte senza timore di sembrare inconsistenti.

L’occasione

A metà degli anni ’60, d’estate, trascorrevo abitualmente un periodo di vacanza a casa di mia nonna a Porretta Terme. La sera, tornando dal lavoro alla catena di montaggio presso una importante industria meccanica locale, i suoi due figliastri mi parlavano della loro giornata. Dalla narrazione traspariva passione per il lavoro e la consapevolezza di contribuire con il loro impegno alla realizzazione di qualcosa di importante. Quando poi, passeggiando lungo la centrala via Mazzini, ci capitava di vedere passare una delle moto prodotte in quella fabbrica, non mancavano di descrivermene con malcelato orgoglio le caratteristiche e i pregi.

Oggi, purtroppo, questo orgoglio e questa passione si trovano molto raramente nelle persone. Molti lavorano con impegno, ma della passione pare non esservi traccia. Quasi nessuno sembra riuscire a “vedere la cattedrale che sarà costruita con le pietre che sta tagliando”. Uniche eccezioni quelle fabbriche, come ad esempio Ducati, Lamborghini, Ferrari o Maserati, dove si realizzano produzioni d’eccellenza.

Il nostro Paese sconta una generalizzata carenza di produttività. Per migliorarla, l’impegno non basta. L’impegno senza la passione produce solo fatica e, come ben sappiamo, ognuno è maestro nel trovare il modo di farne meno possibile.

Come uscirne? Esiste un grande bagaglio di esperienze e di idee da far emergere; tocca al management di prima linea dare l’esempio e favorire il sorgere di forme di intelligenza collaborativa che consentano di condividere le competenze nascoste. Sono convinto che molti aspettino soltanto di essere chiamati in gioco; diamo loro l’occasione. Insieme possiamo farcela.