Comunicare

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Quando ero bambino, la mia bisnonna Pia aveva quasi sempre qualcosa da dire o da recriminare nei confronti di mio bisnonno Angelo. Lui, spesso a ragione, la considerava una brontolona. Quando andava in paese, con la “scusa” di comprare un sigaro toscano, non mancava di ricevere incombenze da sbrigare.

La strada per raggiungere la borgata dove era ubicato il tabaccaio era nel primo tratto rettilinea e per sparire dalla vista bisognava percorrere più di duecento metri. Le richieste della bisnonna arrivavano col contagocce e continuavano, gridate a voce alta, anche lungo il cammino fino al momento in cui, finalmente, si svoltava a destra sottraendosi allo sguardo. Da quel momento in poi si era tranquilli e finalmente “al riparo”.

Oggi le cose sono cambiate. L’avvento dei telefoni cellulari, e degli smartphone in particolare, ha annullato qualsiasi possibilità di “sottrarsi alla vista”. Le telefonate arrivano in qualsiasi momento e luogo. Le chat si trasformano inopinatamente in elenchi di commissioni da sbrigare. Le marachelle vengono documentate da foto che in un attimo possono essere inoltrate e diventare prove inconfutabili. Il GPS traccia inesorabilmente il percorso seguito documentando eventuali deviazioni.

Insomma: è come se la bisnonna fosse dotata dell’ultra vista e quindi fossimo nella impossibilità di comprare un mezzo sigaro in più e fumarlo sulla strada del ritorno o fare una capatina al bar a bere un bicchiere di vino con gli amici senza essere “visti”.

E’ il progresso, bellezza!

Fatto è meglio che perfetto!

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Un mio amico pittore, Attilio Bizzarri, nella foto, un giorno si trovava in mesticheria. Mentre era intento a scegliere pennelli entrò una signora che chiese al commesso di darle un tubetto di verde foglia. Sentendo la richiesta, si volse verso la signora e le disse che non esiste il verde foglia perché le foglie sono di tanti colori a seconda della specie di appartenenza e cambiano tonalità col trascorrere delle stagioni. Quindi bisogna farselo da soli utilizzando i colori della propria tavolozza.

Un po’ come fecero gli astronauti dell’Apollo 13 che dovettero realizzare un adattatore per i filtri dell’aria utilizzando il materiale che avevano a bordo del modulo lunare nel quale si erano dovuti rifugiare a seguito della esplosione di un serbatoio di ossigeno che aveva messo fuori uso la loro navicella.

Fatte le dovute proporzioni, è così anche nel lavoro di tutti i giorni. Senza il “verde foglia” siamo come paralizzati e troppo spesso ci neghiamo la possibilità di migliorare perché pensiamo che per poterlo fare siano necessari strumenti dei quali non disponiamo o conoscenze superiori a quelle in nostro possesso. Altro elemento che contribuisce fortemente al mantenimento dello status quo è la paura di sbagliare o di dover constatare l’inconsistenza delle nostre idee. Così facendo neghiamo l’evidenza del fatto che i veri “esperti” nel nostro lavoro siamo noi e che difficilmente si troverà in giro qualcuno che lo conosca altrettanto bene nei dettagli.

Thomas Edison disse che l’innovazione è 1% di creatività e 99% fatica; il che significa che essa è in larghissima parte nelle mani di chi agisce concretamente e che occorre abituarsi a pensare di poter migliorare il proprio lavoro con ciò che si ha a disposizione perché le buone idee possono nascere ovunque e, come ha detto Mark Zuckerberg, fatto è meglio che perfetto!

La legge Fanfani del ’49

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Nel corso degli anni ’50, grazie alla cosiddetta legge Fanfani, sulle montagne dell’Appennino Bolognese furono aperti diversi cantieri che avevano lo scopo di realizzare opere di contenimento del deflusso delle acque e muri di sostegno nelle carreggiabili all’interno dei boschi demaniali e lungo le strade provinciali.

Questa occupazione garantiva una paga di 600 lire giornaliere e la erogazione di un pasto caldo; in genere una scodella di pasta e fagioli o di maccheroni al ragù. Il risultato di questi lavori, nonostante il degrado attuale, è ancora ben visibile oggi quando si cammina all’interno dei boschi o lungo le strade di quei luoghi.

I lavori da svolgere erano pesanti e in certi momenti anche estremamente pericolosi per l’incolumità dei lavoratori che potevano contare soltanto sull’ausilio di paranchi, picconi, badili e zappe. Nella foto si vedono tre persone, quella al centro è mio padre, occupate in un cantiere per la costruzione di una briglia di tenuta delle acque, nell’atto di sollevare una pesantissima pietra.

Data l’elevatissima disoccupazione di quei tempi, questi cantieri rappresentarono, anche se solo per alcuni mesi all’anno, una rilevante fonte di sostentamento per le famiglie nullatenenti. Pur se le entrate erano modeste, poter lavorare consentiva agli uomini di sentirsi attivi e non li costringeva alla umiliazione di doversi recare periodicamente a riscuotere il sussidio di disoccupazione.

Già, perché non poter lavorare è una delle più grandi privazioni per la dignità delle persone. Quegli uomini non volevano essere pagati per restare inattivi ma volevano poter contribuire al benessere della loro comunità e raccontare un giorno ai loro nipoti le fatiche affrontate nel tagliare boschi o nel realizzare opere murarie atte a mantenere e valorizzare quell’immenso patrimonio collettivo che è la natura.

E’ vero, erano forme di assistenzialismo statale. Migliori però di quelle alle quali si pensa oggi quando si propongono certi provvedimenti perché essere pagati per non lavorare è umiliante. Per chiunque abbia dignità.

L’insegnamento di Silvio

Silvio

Negli anni che seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale le condizioni di vita nell’alto Appennino Bolognese erano veramente difficili. Famiglie numerose e poco lavoro malpagato. Ciascun componente del nucleo famigliare, ragazzi compresi, doveva perciò darsi da fare e lasciare che il frutto del proprio lavoro venisse amministrato dal capofamiglia.

Le occasioni per fare festa erano veramente poche, come il tempo dedicato allo svago. Capitava però di ritrovarsi fra amici o compagni di lavoro nella piazza del paese. In queste circostanze si poteva riscuotere qualche credito, trovare un ingaggio per un lavoretto occasionale, vendere o comprare animali da cortile o da lavoro, ma anche semplicemente scambiare opinioni e raccogliere informazioni sull’andamento dei raccolti. Magari davanti ad un bicchiere di vino; una sorta di social network dell’epoca.

In una di queste occasioni, mio padre, che a quel tempo era un giovane scapolo, chiese a suo padre qualche soldo visto che le sue tasche erano vuote. Mio nonno Silvio (nella foto) accondiscese di buon grado alla sua richiesta; tirò fuori dalla tasca dieci lire di carta e gliele porse dicendo: “Questa sera le voglio rivedere”. Sentendo questa affermazione mio padre replicò: “Cosa me le date a fare se poi mi dite di volerle rivedere stasera? Così stando le cose, potete anche tenervele!” (N.d.R.: a quel tempo i figli usavano dare del “voi” ai rispettivi genitori). Mio nonno rispose: “No, devi prenderle perché non è bene andare in giro senza soldi. Potresti trovarti nelle condizioni di doverli spendere e non voglio che tu faccia brutte figure. Ma non dimenticare quanto questi soldi sono importanti per noi e spendili solo se non potrai farne a meno”.

Mio padre capì. Prese i soldi e li mise in tasca. Andò in paese e, quando la sera ritornò a casa restituì le dieci lire a suo padre. Sapere di non essere senza soldi in tasca gli aveva fatto trascorrere meglio quelle ore di svago, ma riuscire a riportarli a casa lo aveva reso orgoglioso e soprattutto consapevole.