E ghè strado (i frutti caduti)

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Nelle uggiose notti di ottobre il vento a volte scuote le fronde con violenza. Nelle piante di castagno questo fenomeno favorisce la caduta dei ricci già schiusi e del loro prezioso contenuto. La quantità di frutti caduti era a volte in tali circostanze così rilevante da formare un vero tappeto di frutti: quello che nel dialetto del territorio lizzanese viene definito “strado”.

Ai tempi in cui ero bambino, alla fine degli anni cinquanta, la castagna era ancora un frutto prezioso per le genti dell’Appennino. Un frutto che ha sfamato intere generazioni cresciute da quelle parti. La sua raccolta veniva meticolosamente preparata con l’eliminazione dei ricci vuoti caduti l’anno precedente che, rastrellati e ammucchiati nelle cosiddette “roste”, erano poi bruciati. Una volta ripuliti i castagneti, all’interno dei confini ben marcati a terra, la raccolta era consentita solo ai legittimi proprietari.

Vi era però una “zona franca” costituita dai sentieri. Infatti, le castagne che cadevano o si ammassavano sul loro percorso erano considerate di proprietà comune. Per evitare che i frutti caduti nei boschi particolarmente scoscesi rotolassero sul sentiero, spesso le proprietà erano delimitate a valle da muretti a secco, alti anche solo poche decine di centimetri, sufficienti però a fermare i frutti prima che uscissero dalla proprietà. Per chi non possedeva piante di castagne, la raccolta sui sentieri rappresentava una importante fonte di approvvigionamento ma, per poterne godere, era necessario alzarsi molto presto; prima del sorgere del sole e, soprattutto, prima che lo facessero gli altri.

Forse di qui nasce il detto: “La castéggna l’ha la covva; chi la chiappa l’è la sovva!” (La castagna ha la coda, chi l’acchiappa, è la sua!)

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Gli zii d’America

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Primo era uno zio di mia madre; un bell’aviatore emigrato povero in America partendo da Frascare sull’Appennino Bolognese. Stabilitosi a Michigan sull’omonimo lago, con l’attività di costruttore edile, aveva fatto rapidamente fortuna diventando ricco.

Sposato con Elena, una donna dal carattere difficile, non erano però riusciti a conoscere la gioia di avere figli e questa circostanza era per entrambi motivo di grande rammarico.

Ogni due o tre anni tornavano in Italia nella borgata di origine a rivedere genitori, parenti ed amici. Crociera sulla Andrea Doria, Fiat 1400 noleggiata a Genova tenuta a disposizione per tutto il periodo di permanenza in Italia. Grandi feste, balli e la gioia di rivedere le persone amate ma in fondo al cuore il dispiacere di non avere una discendenza.

A quel tempo io vivevo con i miei genitori in una appendice della stessa casa abitata dai suoi genitori che erano anche i miei bisnonni. Eravamo molto poveri. Nei mesi in cui la neve ed il freddo lo consentivano, mio padre faceva il boscaiolo e mia madre la bracciante. Utilizzando parsimoniosamente le poche risorse disponibili riuscivamo a tirare avanti senza fare debiti e ci volevamo molto bene.

Un giorno lo zio Primo parlò con i miei genitori e disse loro che se mi avessero lasciato andare in America con lui mi avrebbe garantito istruzione ed un futuro agiato. Molto di più di quello in cui avrei potuto sperare viste le nostre condizioni economiche. I miei genitori gli risposero, senza esitazioni, che loro erano la mia famiglia, che avrebbero fatto il possibile per darmi un futuro e che l’argomento poteva considerarsi chiuso.

I soldi comprano tante cose; non tutto. Poco tempo dopo, alla morte dei bisnonni, ci trasferimmo nel capoluogo dove, grazie ai sacrifici dei miei genitori, potei studiare e trovarmi un buon lavoro. In quegli anni, purtroppo, lo zio Primo morì tragicamente in un incidente stradale.