Profughi

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Profughi

Ai tempi dell’ultimo conflitto mondiale, il termine utilizzato per indicare chi fuggiva dalla guerra era sfollati. Anche nella mia famiglia ve ne furono in quel periodo.

A seguito dell’armistizio, durante la loro ritirata verso nord, i tedeschi si appostarono sui Monti della Riva e lì rimasero abbastanza a lungo prima di essere sconfitti nel febbraio del ’45. Durante la loro permanenza costituirono un continuo pericolo per le popolazioni locali. Accadeva infatti che, facendo uso di potenti carabine che i montanari definivano “ciack-pum” a causa del rumore che provocavano al momento dello sparo, si “divertissero” a sparare sui civili inermi intenti alle loro occupazioni quotidiane quando questi si trovavano a transitare nei punti esposti. Accadde ad esempio all’allora ragazzo Rineo Roda che, per evitare di essere colpito, rimase fino al calare delle tenebre nelle “Campore”, vicino alla “Ca’ Rossa” nel punto in cui la strada che proviene da Vidiciatico spiana prima di arrivare a La Ca’. Accadde parimenti a mio nonno Giovanni Fondaroli, malato di cuore che, di ritorno a Ca’ Corrieri provenendo da Poggiolforato, bersagliato dai tedeschi, trovò rifugio in un capanno per attrezzi nei “Burattini” fino a che non fece buio. Ogni volta che provava ad uscire, i colpi di carabina si abbattevano sulla porta di legno del capanno.

La vita era divenuta pericolosa e, per chi non aveva possedimenti o armenti, anche guadagnarsi da vivere risultava estremamente difficoltoso. Fu così che mio nonno Giovanni decise di prendere la moglie e le due figliolette e raggiungere terre più sicure. Andò in Trentino dove, sfruttando le sue competenze, grazie anche all’accoglienza di quelle genti, trovò lavoro come “scalpellino”. Nella foto, che ritrae un gruppo di lavoratori intenti alla costruzione di un ponte in pietra, mio nonno è al centro con la camicia chiara e brandisce un pesante martello a forma di “mazzuolo” che era lo strumento col quale picchiare sullo scalpello appuntito per dare forma alle pietre.

Al termine della guerra mio nonno e la sua famiglia fecero ritorno alla loro terra dove avevano lasciato gli anziani genitori che, fortunatamente ritrovarono tutti in vita. Le guerre, allora come ora, sono assurde e spesso a pagarne le conseguenze sono le popolazioni inermi costrette a fuggire per trovare riparo e avere salva la vita. Non lo dimentichi chi allora fu artefice di tanta crudeltà e chi oggi nega asilo a coloro che fuggono.

L’accetta di Romeo

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L’accetta di Romeo

Alla metà degli anni ’50, nel Belvedere sull’Appennino Bolognese, il mestiere del taglialegna era ancora molto diffuso. Quasi sempre si trattava di lavoro bracciantile eseguito alle dipendenze di datori di lavoro locali o provenienti da altre comunità. Un taglialegna poteva però anche prendere piccoli lavori da eseguire in proprio come, ad esempio, la “scamajadùra” di un castagneto come veniva definita nel dialetto locale la potatura dei rami malati. Talvolta, durante queste operazioni, nei casi di piante irrimediabilmente malate, si rendeva necessario ricorrere all’abbattimento delle stesse.

Un giorno d’estate, in un castagneto nei pressi di Frascare, borgata nella quale risiedevo insieme alla mia famiglia, Romeo Benassi era al lavoro. Aveva da poco completato l’abbattimento di un vecchio albero e, lasciata l’accetta affilata appoggiata al tronco abbattuto vicina al “tascapane” e agli altri strumenti da lavoro, era dedito con la mannaia alla ripulitura dei rami più grossi.

All’epoca avevo poco più di due anni e mi piaceva molto andare in giro col mio bisnonno Angiolìn che sapeva tante cose. Avendo sentito il grande trambusto causato dall’albero al momento della sua caduta, raggiungemmo insieme il luogo e ci fermammo ad osservare il lavoro del boscaiolo. Il nonno, come amavo chiamarlo, si mise a parlare con Romeo e così, approfittando della sua momentanea distrazione, colsi l’occasione per avvicinarmi incuriosito agli attrezzi da lavoro. Senza rendermene conto, uno dei miei polpacci sfiorò l’accetta e la sua lama affilata penetrò nella carne provocando un lungo taglio. Il mio pianto attirò l’attenzione del nonno che iniziò ad inveire contro l’incolpevole boscaiolo reo, a suo dire, di avere lasciato incautamente in giro l’affilatissima ascia.

Fui portato subito da un medico che in quei giorni villeggiava da mia nonna materna a Ca’ Corrieri il quale, constatata la superficialità della ferita, me la medicò e poi la bendò. Non furono necessari punti di sutura ma, da quel giorno, imparai ad avvicinarmi con maggiore cautela alle lame taglienti.

Nella foto, nella quale sono con mia madre Ivonne, mia nonna Berta e le mie zie Laura e Giovanna, è ben visibile la fasciatura della gamba destra ed evidente la mia espressione contrariata dopo una medicazione.

 

#Scarpe

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#Scarpe

Era il 1943 quando mio padre riuscì a scappare da un campo di lavoro tedesco della TODT, organizzazione paramilitare tedesca che si occupò della costruzione di opere difensive sul territorio nazionale. Aveva venti anni ed era stato mandato lì, nei pressi della tenuta reale di San Rossore in Toscana (foto Wikipedia), in quanto renitente alla leva. Per tornare a casa, sull’Appennino Bolognese, camminò a piedi per diversi giorni dandosi poi alla macchia e unendosi alle formazioni partigiane della Brigata Garibaldi al comando del generale Armando.

Sui nostri monti passava la Linea Gotica e gli scontri col nemico erano tutt’altro che infrequenti fino a culminare in vere e proprie battaglie al fianco delle truppe alleate della Decima Divisione da Montagna nella quale militavano molti soldati brasiliani ed americani.

Essendo uno dei più giovani della squadra comandata da “Piuma”, a lui venivano affidati anche compiti di staffetta o logistici. Un giorno vi fu una “scaramuccia”; fischiarono i proiettili ed un soldato tedesco rimase ferito e fu fatto prigioniero. Una pallottola gli aveva trapassato una coscia e non poteva camminare. “Piuma” disse a mio padre e al un altro suo giovane compagno di portarlo in un paese vicino, Poggiolforato, dove avrebbe potuto ricevere le cure necessarie.

Il soldato parlava solo tedesco; mio padre e il suo compagno solo l’italiano. Rimasti soli col prigioniero, mio padre gli fece intendere a gesti di togliersi le scarpe. Il prigioniero pensò che lo volessero uccidere ed estrasse dalla tasca un portafoglio nel quale custodiva le foto di sua moglie e dei suoi figli mostrandole ai due giovani partigiani raccomandandosi a loro affinché non gli facessero del male. Mio padre lo rassicurò dicendo le poche parole che sapeva di tedesco “Nix, nix kaputt!” e gli fece capire che voleva soltanto avere le scarpe che a lui non sarebbero servite d’ora in poi e che in cambio gli avrebbe dato le sue che erano molto più malridotte.

Dopo lo scambio il ferito fu fatto distendere su una scala a pioli in legno, usata come barella di emergenza, e trasportato nel luogo di destinazione. Mio padre aveva ai piedi le sue “scarpe nuove”.

 

#Mercato

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C’era una volta,

un piccolo paese oltreoceano nel quale le persone vivevano del loro lavoro. Chi coltivava la terra, chi produceva beni e chi forniva servizi. Ciascuno aveva una occupazione dalla quale ricavare il danaro che serviva alla propria famiglia per vivere dignitosamente.

Un giorno arrivò un forestiero silenzioso e molto ben vestito che prese alloggio nel migliore albergo. Costui conduceva una vita agiata e sembrava non avere un lavoro. Usciva regolarmente ogni giorno dalla sua camera per recarsi in banca dove sostava brevemente nell’ufficio del direttore; poi passava il resto della giornata andando a zonzo per le vie del paese. Più il tempo passava e più diventava ricco destando grande curiosità fra gli abitanti.

Un giorno il barbiere, mentre lo radeva, gli chiese quale fosse la sua occupazione. Il forestiero, senza scomporsi, disse di essere un trader. Il barbiere, sconcertato, gli domandò allora che razza di lavoro fosse quello e il forestiero gli rispose che si trattava di vendere in grandi quantità, tramite la banca, merci che lui non possedeva con lo scopo di farne diminuire il valore di scambio per ricomprarle poi a prezzi più bassi prima di doverle consegnare ai suoi acquirenti. In questo modo riusciva a realizzare ogni volta ingenti guadagni e a godersi la vita.

Fu così che il barbiere decise di cessare la sua attività e di cominciare una nuova vita divenendo anche lui un trader. La voce si sparse rapidamente e di lì a poco fu il turno del fornaio, poi del macellaio, poi del farmacista e via via altri seguirono nell’imitare la scelta del barbiere.

Man mano che il numero dei trader aumentava, la qualità della vita in paese peggiorava e le persone si guardavano in cagnesco. Le operazioni di compravendita speculativa divennero via via meno redditizie fino a risultare svantaggiose.

Nel frattempo, cominciarono a scarseggiare i beni e i servizi di prima necessità e la ricchezza così rapidamente accumulata, con altrettanta rapidità si dissolse. Fu così che il barbiere fu costretto a tornare sui suoi passi e riaprire il suo negozio; dopo di lui, altrettanto dovettero fare il fornaio, il macellaio, il farmacista e via via tutti gli altri.

Il forestiero, finiti i soldi, fu cacciato dall’albergo e lasciò il paese inseguito dai creditori. In poco tempo la vita tornò alla normalità. Tutti ripresero a vivere del loro lavoro avendo capito che la ricchezza, prima di commerciarla, bisogna produrla e che la speculazione finanziaria si basa sullo sfruttamento del lavoro altrui senza il quale non potrebbe esercitare il suo dannoso effetto sulle persone.