Il terremoto del Friuli

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Terremoto in Friuli

Ci sono esperienze che, in un attimo, ti cambiano la vita. Per sempre. Dopo, niente è più come prima.

Il sei maggio del ’76 era stata una giornata insolitamente calda. Era da poco calata la sera quando un violento terremoto devastò alcune zone del Friuli. A quel tempo prestavo servizio militare in quella regione e quel giorno eravamo in esercitazione dentro l’invaso del fiume Tagliamento. Insieme alla mia compagnia, dopo un paio d’ore dalla prima scossa, ricevemmo l’ordine di partire. Fummo caricati su camion ed inviati a portare soccorso alla gente del paese di montagna di Forgaria in provincia di Udine. A causa della condizione delle strade, impiegammo circa cinque ore per percorrere poche decine di chilometri. Arrivammo che era ancora notte e solo con le prime luci dell’alba ci rendemmo conto della devastazione. Nella più totale disorganizzazione, per scavare fra le macerie usammo le mani e l’elmetto. L’esercito americano, arrivato da una base ubicata nella zona, aveva potenti escavatrici che però si rivelarono troppo grandi per riuscire a transitare per le strade del paese.

I contadini friulani invece, con le piccole pale dei loro trattori agricoli, verso le nove del mattino, praticamente da soli, riuscirono a liberare le strade del paese e si poté così iniziare a recuperare i cadaveri delle vittime, che purtroppo furono molti. Insieme ai superstiti scavammo senza sosta fra le macerie e, dopo alcune ore, nella scuola del paese rimasta in piedi le salme giacevano allineate. Terminato questo triste compito ci dedicammo a distribuire acqua e bottiglie di latte che nel frattempo erano arrivati con alcuni mezzi dell’esercito e ad aiutare i sopravvissuti a recuperare valori e masserizie dalle case lesionate. Nel tardo pomeriggio, sporchi e sudati, ricevemmo il cambio, un pasto caldo e potemmo comunicare con le famiglie utilizzando a turno il telefono pubblico dell’unico bar rimasto in piedi nel paese. Quando a sera lasciammo il paese per fare rientro alla base, l’inadeguatezza delle nostre dotazioni fu duramente criticata dagli abitanti superstiti . Nei giorni a seguire, sotto una pioggia che sembrava non finire mai e in un susseguirsi di scosse di assestamento, continuammo a distribuire aiuti alla popolazione stremata.

Mesi più tardi, fummo richiamati al Distretto Militare per il ritiro di una medaglia commemorativa (vedi foto) come riconoscimento per il lavoro svolto. Convinto di aver fatto soltanto il mio dovere, non mi presentai alla cerimonia. Al terzo avviso di convocazione con tassa a carico del destinatario, mio padre, stanco di pagare la tassa di spedizione, mi convinse a presentarmi per il ritiro.

Molti anni dopo quella triste sera di maggio, ho portato la mia famiglia a visitare quei luoghi rimasti nel mio cuore e vedendo il lavoro di ricostruzione fatto da quella gente, ho pianto calde lacrime di gioia.