Ricorrono i morti

Ricorrono i morti

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In questo periodo, come ogni anno, mi sono recato al cimitero di Chiesina, vicino alla omonima parrocchiale, situata nei pressi di Farné in Val Carlina, nel quale trovano sepoltura i miei nonni paterni, zii, cugini e conoscenti. È un piccolo cimitero posato nella quiete. Lì in autunno il silenzio è talmente grande che si riesce a sentire il rumore delle foglie quando cadono dagli alberi che ne circondano le vecchie mura.

Alberi che danno frutto; come meli, noci, castagni e nespoli. Questi ultimi, in particolare, donano i loro frutti soltanto in prossimità della fine del mese di ottobre; frutti che, contrariamente a ciò che avviene per le altre piante, al momento della raccolta non sono ancora maturi.

Così come gli umani che, quando si distaccano dalla madre che li ha generati, hanno bisogno di cure, anche le nespole devono essere custodite nella paglia che, col suo tepore, nel tempo le porta a maturazione. Sono frutti dal sapore particolare dei quali non è agevole cibarsi per via dei semi che si mescolano alla polpa.

Siamo molto più simili alla Natura nella quale viviamo di quanto riusciamo ad immaginare. I nostri antenati, sono la nostra terra; i nostri genitori, sono le nostre radici. I nostri figli, sono il nostro frutto.

Come le piante, anche noi abbiamo bisogno di terra e radici e, come loro, di vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda.

La coperta grigia

La coperta grigia

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Negli anni seguenti la fine della Seconda Guerra Mondiale in ogni famiglia era possibile trovare oggetti originariamente appartenuti ai soldati degli eserciti che si fronteggiarono lungo la Linea Gotica che attraversava anche il territorio del Belvedere nel quale sono nato. In particolare ricordo un tascapane recante la scritta “U.S. Army” che mio padre usava per portarsi il cibo quando lavorava come tagliaboschi e una coperta da campo in lana grigia che la mamma posava sul tavolo di cucina quando stirava con i pesanti ferri da stiro messi a scaldare sul piano della stufa.

La coperta grigia era ruvida e non molto spessa. Eppure nel freddo inverno del ’44, quando tedeschi e alleati si fronteggiarono in attesa della battaglia decisiva, fu molto importante nel dare riparo dal freddo dell’inverno appenninico ai soldati.

Verso la fine degli anni cinquanta, nelle sere d’estate, quando la piccola borgata nella quale sono nato si popolava di villeggianti, ricordo che stendevamo la coperta grigia sul tavolo della cucina e, insieme ad altri bambini fra i quali la mia cuginetta Annarita, con me nella foto, che veniva a trascorrere un periodo di vacanza in casa dai nonni materni, giocavamo al gioco delle pulci.

La plastica era arrivata da poco fra quei monti. La prima comparsa l’aveva fatta sotto forma di penne a biro; una vera rivoluzione rispetto alla cannetta col pennino da intingere nel calamaio. Il gioco delle pulci era costituito da una piccola scodella rotonda in plastica, da gettoni colorati dai bordi smussati e da altrettante piccole palette anch’esse in plastica, una per ogni giocatore. La scatola aperta si poneva al centro del tavolo. Ogni giocatore poneva i propri gettoni davanti a sé. Poi, uno alla volta, premendoli con decisione con la paletta li faceva saltare in direzione della scatola aperta cercando di farveli cadere all’interno. Si tirava a turno e vinceva chi riusciva pe primo a far cadere tutti i propri gettoni dentro la scodella. In un’altra versione del gioco, quando i contendenti erano due, si cercava di far cadere il proprio gettone sopra quello dell’avversario che veniva così “mangiato”. Vinceva chi per primo mangiava tutti i gettoni dell’avversario.

La televisione c’era soltanto nel bar del paese e quindi giocare al gioco delle pulci era un modo semplice e divertente di trascorrere il tempo prima di andare a dormire. Al termine, la coperta grigia veniva ripiegata con ordine e riposta in attesa della successiva battaglia.

 

La mamma lava i piatti

La #mamma lava i piatti

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La foto, scattata da un villeggiante nell’estate del 1961, ritrae mia madre Ivonne all’età di trent’anni mentre è occupata a lavare i piatti.

La casa che si intravvede è quella dove abitavamo alle Frascare di proprietà dei miei bisnonni materni. Composta da soli tre vani sovrapposti comunicanti tra loro tramite una scaletta in legno e una ribalta nel pavimento; nient’altro. Niente servizi igienici e né acqua corrente. Nella cucina al piano terra il pavimento era fatto di lastre di arenaria posate direttamente sulla terra; vi erano un focolare e un secchiaio scolpito nella pietra che scaricava direttamente all’esterno a lato del quale era collocato un fornello in muratura per la cottura dei cibi alimentabile a legna. Vicino alla porta di ingresso si trovavano un paio di mensole che ospitavano due secchi in metallo per l’acqua ai quali si attaccava il mestolo utilizzato per bere. In un angolo c’era una credenza triangolare in legno di castagno utilizzata per riporre il cibo. Una cassapanca custodiva la scorta di farina.

La modernità era rappresentata dalla illuminazione elettrica, arrivata solo pochi anni prima, da un fornello a gas di bombola, posato su quello in muratura, utilizzato per cuocere i cibi nei mesi estivi e da una stufa economica a legna che, nei mesi invernali, oltre a servire per cottura dei cibi, riscaldava l’ambiente. Sulla cassapanca faceva bella mostra di sé una radio a valvole comprata da poco grazie ad una modesta vincita al Totocalcio.

Il gabinetto era fuori nel prato attiguo alla capanna di legno che il nonno usava come ricovero per gli attrezzi e che ospitava anche il pollaio.

Quella che oggi sarebbe miseria, era la nostra modesta felicità di allora. Ma tempi cambiano e, anche per noi, un grande cambiamento era alle porte.