Il “chi va là”

Ci sono usanze che scompaiono anche se hanno fatto parte per lungo tempo della cultura della mia terra natale. Usanze che, come nel caso descritto di seguito, hanno contribuito a creare momenti di svago in un mondo dominato dai sacrifici e dalla fatica. Nella foto, scattata all’inizio degli anni ’50, si vedono tra gli altri mio padre con la bottiglia in mano e mio zio Remo, lo sposo, impegnato a distribuire dolci ai convenuti nel giorno del suo matrimonio.

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Il “chi va là”

Aveva dieci anni Ivonne, mia madre, quando assistette per la prima volta a questa usanza. L’occasione era quella di un matrimonio. Lungo il tragitto che lo sposo doveva percorrere per raggiungere la casa della promessa sposa, si radunavano capannelli di persone munite di forconi, rastrelli, fieno e perfino mucche. Non di rado, fra di loro vi era anche un suonatore di fisarmonica. Al sopraggiungere dello sposo queste persone fingevano di lavorare impedendogli il passaggio. Non c’era modo di far sì che si scansassero; pareva non sentissero ragioni. Qualsiasi cosa lo sposo dicesse o facesse risultava inutile. Unico modo per superare il blocco era offrire da bere e da mangiare a tutti. Da quel momento la schiera dei convenuti si trasformava in un allegro codazzo. Prima di giungere a casa della sposa capitava di imbattersi in altri gruppi e che la scena si ripetesse da capo.

Giunti finalmente a casa della sposa lo sposo bussava dichiarando il motivo della sua venuta. Allora, anziché l’amata, si faceva venire sulla porta una vecchia e si chiedeva allo sposo se fosse quella la donna che voleva sposare. Ricevuto il suo rifiuto, la scena poteva ripetersi più volte fino a quando, finalmente, si presentava sulla porta la donna amata.

Finiva così il “chi va là” e cominciava la grande festa in onore degli sposi. Cominciavano gli evviva e le “zirudèle”. Una delle più frequenti, auspicava la generosità dei festeggiati nell’offrire a tutti i dolci tipici delle grandi feste, gli zuccherini; le parole, in dialetto, erano le seguenti: “Viva i sposi dalla bisacca rotta! Che tutt’i zuccarìn cascavan d’sotta!” (Viva gli sposi dalla tasca rotta! Dalla quale cadono zuccherini per tutti!).

 

La corriera

La corriera

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Da bambino, alla fine degli anni ’50, ero affascinato dai motori. Riconoscevo i pochi camion della zona dal rumore ancora prima che sbucassero da dietro la curva, all’altezza del bivio per Poggiolforato, della strada che porta a Madonna dell’Acero.

Aldo del “Bivio”, il “Frabbetto” e Nanni dalla Casella guidavano dei residuati bellici; alcuni erano Dodge, altri probabilmente degli Studebacker. Valeriano guidava un FIAT. “Liberòn” aveva un OM. “Bitotto” guidava un vecchio Lancia. “Carlòn” dalla Casella aveva un camioncino OM. Solo pochi erano “tre assi” e solo il camion di Aldo era dotato di verricello anteriore; molto utile per tirarsi fuori da situazioni difficili quando si andava a caricare legname lungo le carreggiabili che si inoltravano nei boschi di faggi e querce. Una volta caricati di tronchi, per uscire dal bosco, sbuffando e ansimando, i camion erano costretti a utilizzare le marce “ridotte”. Le strade non erano asfaltate e alcune curve erano pericolosamente “panoramiche”; perciò, al loro passaggio, procedevano lentamente lasciandosi guardare.

Poi c’erano le corriere. Concessionaria per il trasporto passeggeri fino al capoluogo bolognese era a quel tempo la SITA Autolinee. I pullman, azzurri come il cielo, erano quasi tutti FIAT con bigliettaio a bordo. Il ruolo di maggior fascino però era quello del conducente.

Vivevo alle Frascare, una borgata il cui nucleo rettangolare è circondato da strade vicinali e camminamenti su tutti quattro i lati. Su questo breve “anello”, in estate, ci divertivamo a “giocare alla corriera”. Bastava la fantasia e un ramo rotto dal vento durante un temporale. Il conducente, ruolo che veniva ricoperto a turno da chi partecipava al gioco, afferrava il ramo dalla estremità più grossa; il bigliettaio lo seguiva afferrandosi ad una diramazione più sottile. Simulando con la bocca il rumore del motore, il conducente procedeva trascinando il ramo intorno all’abitato della piccola borgata. Lungo il percorso altri partecipanti al gioco si fingevano passeggeri; facendo cenno con la mano, chiedevano alla “corriera” di fermarsi; quindi acquistavano il biglietto dichiarando il punto nel quale sarebbero scesi. Afferravano una delle diramazioni e seguivano camminando fino al punto della loro “discesa”.

Era un viaggio immaginario che ci portava nei luoghi della nostra fantasia. Un modo semplice di divertirsi; bastavano gli amici. Nella foto, risalente a quel periodo, insieme a me ci sono la mia amica Angela ed il mio amico Domenico.

 

Polvere

Polvere

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Vorrei che @VauroSenesi e @LiaCeli si chiedessero perché i #vigilidelfuoco non fanno #satira sui #terremoti. Ah già, dimenticavo: loro non sono mica intellettuali!

Cercare sopravvissuti fra le macerie ancora fumanti, scavare con le mani e la schiena che ti fanno sempre più male, per poi arrivare ad estrarre corpi senza vita coperti di una polvere grigia e sottile che li rende tutti simili, è sufficiente a far passare la voglia di scherzare a chiunque. Perché non si scherza sul dolore e le disgrazie altrui. C’è il momento per ridere e c’è quello per piangere ma, quando c’è il terremoto bisogna soprattutto darsi da fare.

Avevo ventitré anni appena compiuti nel maggio 1976 quando il terremoto del Friuli fece quasi mille morti. Prestavo servizio di leva in quel territorio e quell’evento cambiò per sempre il mio modo di vedere la vita. Raggiungere nel cuore della notte un luogo colpito senza la garanzia che i ponti da attraversare reggessero il peso dei mezzi della nostra autocolonna, dover aspettare le prime luci dell’alba per capire come muoversi in assenza di energia elettrica, scavare con le mani nude e l’elmetto, estrarre corpi grandi e piccoli, giovani e vecchi e allinearli nella palestra della scuola senza poterli neppure coprire con un lenzuolo.

Ritrovarsi sudati, sporchi, con le narici intasate di polvere, senza la possibilità di potersi lavare, in mezzo a gente che caparbiamente e ostinatamente, già a poche ore dal sisma, si dava da fare per ricominciare prima possibile a vivere una vita qualsiasi, ti fa sentire debole, inadeguato. Capisci quanto poco puoi fare per mitigare quella immane sofferenza e di certo non ti fa venire in mente di fare satira.

 

La Panzanella

La panzanella

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Alla fine degli anni ’50 quello del taglialegna era ancora un mestiere diffuso fra i monti dell’Appennino Bolognese. Ricordo di un anno nel quale mio padre tagliava boschi alla sboccata dei Bagnadori; il suo datore di lavoro toscano aveva portato con sé anche un boscaiolo di Arezzo che di cognome faceva Dalla Noce il quale, unendo l’utile al dilettevole, era venuto con la moglie e la figlioletta (in basso a destra nella foto). Anche se giocammo insieme per tutta l’estate, purtroppo, non ricordo il suo nome. Alloggiavano da noi. Avevamo affittato loro una stanza con uso di cucina nella nostra povera casa.

Si viveva in promiscuità a causa della mancanza di spazio e così, inevitabilmente, si finiva per compenetrare le rispettive abitudini. Ricordo che la signora Dalla Noce preparava spesso una pietanza povera tipica della Toscana e zone limitrofe: la panzanella. Questa ricetta consentiva il riutilizzo del pane raffermo e, con l’aggiunta di qualche ortaggio e verdura di stagione risultava essere un piatto unico leggero e nutriente.

Data la scarsità di risorse disponibili, la preparazione veniva ripetuta con frequenza; tanto che mio padre aveva soprannominato la signora Dalla Noce “la Panzanella”. Qualche volta, la domenica, abbiamo consumato questo piatto tutti insieme in allegria.

Per noi il pane non era mai raffermo. I miei genitori lo preparavano una volta la settimana nella quantità che abitualmente veniva consumata nel periodo. Quindi, una volta ripartiti i Dalla Noce, per noi “la Panzanella” rimase soltanto come soprannome scherzoso. Chissà quale sarà stata la vita della famiglia Dalla Noce.