Polvere

Polvere

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Vorrei che @VauroSenesi e @LiaCeli si chiedessero perché i #vigilidelfuoco non fanno #satira sui #terremoti. Ah già, dimenticavo: loro non sono mica intellettuali!

Cercare sopravvissuti fra le macerie ancora fumanti, scavare con le mani e la schiena che ti fanno sempre più male, per poi arrivare ad estrarre corpi senza vita coperti di una polvere grigia e sottile che li rende tutti simili, è sufficiente a far passare la voglia di scherzare a chiunque. Perché non si scherza sul dolore e le disgrazie altrui. C’è il momento per ridere e c’è quello per piangere ma, quando c’è il terremoto bisogna soprattutto darsi da fare.

Avevo ventitré anni appena compiuti nel maggio 1976 quando il terremoto del Friuli fece quasi mille morti. Prestavo servizio di leva in quel territorio e quell’evento cambiò per sempre il mio modo di vedere la vita. Raggiungere nel cuore della notte un luogo colpito senza la garanzia che i ponti da attraversare reggessero il peso dei mezzi della nostra autocolonna, dover aspettare le prime luci dell’alba per capire come muoversi in assenza di energia elettrica, scavare con le mani nude e l’elmetto, estrarre corpi grandi e piccoli, giovani e vecchi e allinearli nella palestra della scuola senza poterli neppure coprire con un lenzuolo.

Ritrovarsi sudati, sporchi, con le narici intasate di polvere, senza la possibilità di potersi lavare, in mezzo a gente che caparbiamente e ostinatamente, già a poche ore dal sisma, si dava da fare per ricominciare prima possibile a vivere una vita qualsiasi, ti fa sentire debole, inadeguato. Capisci quanto poco puoi fare per mitigare quella immane sofferenza e di certo non ti fa venire in mente di fare satira.

 

L’accetta di Romeo

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L’accetta di Romeo

Alla metà degli anni ’50, nel Belvedere sull’Appennino Bolognese, il mestiere del taglialegna era ancora molto diffuso. Quasi sempre si trattava di lavoro bracciantile eseguito alle dipendenze di datori di lavoro locali o provenienti da altre comunità. Un taglialegna poteva però anche prendere piccoli lavori da eseguire in proprio come, ad esempio, la “scamajadùra” di un castagneto come veniva definita nel dialetto locale la potatura dei rami malati. Talvolta, durante queste operazioni, nei casi di piante irrimediabilmente malate, si rendeva necessario ricorrere all’abbattimento delle stesse.

Un giorno d’estate, in un castagneto nei pressi di Frascare, borgata nella quale risiedevo insieme alla mia famiglia, Romeo Benassi era al lavoro. Aveva da poco completato l’abbattimento di un vecchio albero e, lasciata l’accetta affilata appoggiata al tronco abbattuto vicina al “tascapane” e agli altri strumenti da lavoro, era dedito con la mannaia alla ripulitura dei rami più grossi.

All’epoca avevo poco più di due anni e mi piaceva molto andare in giro col mio bisnonno Angiolìn che sapeva tante cose. Avendo sentito il grande trambusto causato dall’albero al momento della sua caduta, raggiungemmo insieme il luogo e ci fermammo ad osservare il lavoro del boscaiolo. Il nonno, come amavo chiamarlo, si mise a parlare con Romeo e così, approfittando della sua momentanea distrazione, colsi l’occasione per avvicinarmi incuriosito agli attrezzi da lavoro. Senza rendermene conto, uno dei miei polpacci sfiorò l’accetta e la sua lama affilata penetrò nella carne provocando un lungo taglio. Il mio pianto attirò l’attenzione del nonno che iniziò ad inveire contro l’incolpevole boscaiolo reo, a suo dire, di avere lasciato incautamente in giro l’affilatissima ascia.

Fui portato subito da un medico che in quei giorni villeggiava da mia nonna materna a Ca’ Corrieri il quale, constatata la superficialità della ferita, me la medicò e poi la bendò. Non furono necessari punti di sutura ma, da quel giorno, imparai ad avvicinarmi con maggiore cautela alle lame taglienti.

Nella foto, nella quale sono con mia madre Ivonne, mia nonna Berta e le mie zie Laura e Giovanna, è ben visibile la fasciatura della gamba destra ed evidente la mia espressione contrariata dopo una medicazione.

 

#Scarpe

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#Scarpe

Era il 1943 quando mio padre riuscì a scappare da un campo di lavoro tedesco della TODT, organizzazione paramilitare tedesca che si occupò della costruzione di opere difensive sul territorio nazionale. Aveva venti anni ed era stato mandato lì, nei pressi della tenuta reale di San Rossore in Toscana (foto Wikipedia), in quanto renitente alla leva. Per tornare a casa, sull’Appennino Bolognese, camminò a piedi per diversi giorni dandosi poi alla macchia e unendosi alle formazioni partigiane della Brigata Garibaldi al comando del generale Armando.

Sui nostri monti passava la Linea Gotica e gli scontri col nemico erano tutt’altro che infrequenti fino a culminare in vere e proprie battaglie al fianco delle truppe alleate della Decima Divisione da Montagna nella quale militavano molti soldati brasiliani ed americani.

Essendo uno dei più giovani della squadra comandata da “Piuma”, a lui venivano affidati anche compiti di staffetta o logistici. Un giorno vi fu una “scaramuccia”; fischiarono i proiettili ed un soldato tedesco rimase ferito e fu fatto prigioniero. Una pallottola gli aveva trapassato una coscia e non poteva camminare. “Piuma” disse a mio padre e al un altro suo giovane compagno di portarlo in un paese vicino, Poggiolforato, dove avrebbe potuto ricevere le cure necessarie.

Il soldato parlava solo tedesco; mio padre e il suo compagno solo l’italiano. Rimasti soli col prigioniero, mio padre gli fece intendere a gesti di togliersi le scarpe. Il prigioniero pensò che lo volessero uccidere ed estrasse dalla tasca un portafoglio nel quale custodiva le foto di sua moglie e dei suoi figli mostrandole ai due giovani partigiani raccomandandosi a loro affinché non gli facessero del male. Mio padre lo rassicurò dicendo le poche parole che sapeva di tedesco “Nix, nix kaputt!” e gli fece capire che voleva soltanto avere le scarpe che a lui non sarebbero servite d’ora in poi e che in cambio gli avrebbe dato le sue che erano molto più malridotte.

Dopo lo scambio il ferito fu fatto distendere su una scala a pioli in legno, usata come barella di emergenza, e trasportato nel luogo di destinazione. Mio padre aveva ai piedi le sue “scarpe nuove”.

 

La notte di Natale

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La notte di #Natale nelle montagne del Belvedere, fra le quali sono nato molti anni fa, si usava fare un grande falò. Durante il giorno tutti, anche i bambini, andavano nei boschi vicini a raccogliere rami spezzati. Gli uomini, armati di roncole, tagliavano arbusti di ginepro e li portavano insieme a grossi rami secchi spezzati dal vento. I bambini invece raccoglievano e portavano i rametti più sottili.

Il frutto della raccolta veniva ammucchiato in un’aia, lontana dalle case e dagli alberi, costruendo una alta pira. All’approssimarsi della mezzanotte veniva appiccato il fuoco. Le fiamme divampavano altissime in poco tempo e il loro bagliore rischiarava la notte in più punti in corrispondenza delle varie borgate abitate. Insieme si cantava “Tu scendi dalle stelle”. La gioia di unirsi idealmente nel fare qualcosa che riscaldasse la notte fredda era grande e nascondeva la segreta aspirazione di aver realizzato la pira che producesse le fiamme più alte di tutte arrivando così a scaldare Gesù Bambino nel momento della sua nascita in una fredda capanna di Betlemme.

Dopo alcuni minuti, col lento spegnersi delle fiamme, giungeva il momento di salutarsi e andare a dormire col cuore colmo di gioia. Il giorno dopo, alcuni sarebbero andati a messa. Questo era il Natale. Niente eccessi consumistici, niente regali; solo una festa religiosa.

I regali per i bambini li avrebbe portati la Befana in coincidenza dell’Epifania.

#Memoria

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Una buona memoria è un buon dono di Dio. Ma poter dimenticare è talora un dono divino ancora migliore” (G.C. Lichtenberg)

Con questa citazione nel suo “Breviario” il Card. Gianfranco Ravasi mi fa ripensare ad uno scambio di idee avuto con un amico d’infanzia. Ci siamo incontrati in occasione della commemorazione dell’eccidio commesso dalle truppe tedesche il 27 settembre ’44 a Ca’ Berna in provincia di Bologna. Il mio amico, al termine della breve cerimonia, argomentava sull’accaduto sostenendo che, al termine dell’ultimo conflitto mondiale, ci sia stata da parte dei partigiani troppa benevolenza verso gli sconfitti e asserendo che si sarebbero dovuti “regolare tutti i conti” allora, eliminando fisicamente gli avversari troppo compromessi col regime.

Presente all’evento anche Tonino, testimone oculare di quella immane tragedia. Incontrandolo la scorsa estate, avevo parlato con lui di quel terribile accadimento che, secondo una ricostruzione fatta da uno dei protagonisti, fu quasi certamente innescato da una imprudenza commessa, fra gli altri, da un giovane che abitava e ha continuato ad abitare fino alla sua morte a poca distanza dal luogo del massacro. Tonino mi disse che quel tragico mattino, se avesse potuto, lo avrebbe ucciso con le sue stesse mani rendendosi però immediatamente conto che la vendetta ad altro non sarebbe servita che a generare altri lutti.

La sua testimonianza di perdono mi ha fatto pensare alle parole di mio padre Giulio, di un paio di anni più vecchio di Tonino e all’epoca partigiano che, riferendosi all’immediato dopoguerra, mi raccontò che alcuni paesani, per i loro comportamenti durante il ventennio fascista, avrebbero probabilmente meritato di pagare con la vita le loro nefandezze ma che la comunità, considerata la gravissima situazione di miseria e le distruzioni patite, preferì rimettersi al lavoro lasciandosi alle spalle i rancori e soffocando la sete di vendetta. Furono tempi difficili nei quali i “vecchi vizi” talvolta riaffiorarono e i deboli si trovarono nuovamente ad essere vessati dalle ingiustizie di chi, cambiando camicia, continuò ad esercitare il potere.

Sono orgoglioso della mia gente che, in un momento così difficile, come dice il Cardinale Ravasi, ha saputo “resettare la pagina sovraccarica della memoria perché ritorni bianca per una nuova scrittura”.

E ghè strado (i frutti caduti)

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Nelle uggiose notti di ottobre il vento a volte scuote le fronde con violenza. Nelle piante di castagno questo fenomeno favorisce la caduta dei ricci già schiusi e del loro prezioso contenuto. La quantità di frutti caduti era a volte in tali circostanze così rilevante da formare un vero tappeto di frutti: quello che nel dialetto del territorio lizzanese viene definito “strado”.

Ai tempi in cui ero bambino, alla fine degli anni cinquanta, la castagna era ancora un frutto prezioso per le genti dell’Appennino. Un frutto che ha sfamato intere generazioni cresciute da quelle parti. La sua raccolta veniva meticolosamente preparata con l’eliminazione dei ricci vuoti caduti l’anno precedente che, rastrellati e ammucchiati nelle cosiddette “roste”, erano poi bruciati. Una volta ripuliti i castagneti, all’interno dei confini ben marcati a terra, la raccolta era consentita solo ai legittimi proprietari.

Vi era però una “zona franca” costituita dai sentieri. Infatti, le castagne che cadevano o si ammassavano sul loro percorso erano considerate di proprietà comune. Per evitare che i frutti caduti nei boschi particolarmente scoscesi rotolassero sul sentiero, spesso le proprietà erano delimitate a valle da muretti a secco, alti anche solo poche decine di centimetri, sufficienti però a fermare i frutti prima che uscissero dalla proprietà. Per chi non possedeva piante di castagne, la raccolta sui sentieri rappresentava una importante fonte di approvvigionamento ma, per poterne godere, era necessario alzarsi molto presto; prima del sorgere del sole e, soprattutto, prima che lo facessero gli altri.

Forse di qui nasce il detto: “La castéggna l’ha la covva; chi la chiappa l’è la sovva!” (La castagna ha la coda, chi l’acchiappa, è la sua!)

#ilcoraggiodi chiedersi: PERCHE’?

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Era la fine di settembre del ’44. Dopo un periodo di cruenti combattimenti nella zona, finalmente le truppe tedesche della 16° Divisione Corazzata al comando di Walter Reder, scendendo dai Monti della Riva e percorrendo la strada che collega l’antica pieve di Madonna dell’Acero, situata appena sotto il Corno alle Scale, a Vidiciatico, iniziarono il loro ripiegamento verso nord. I partigiani della 7° brigata Modena della Divisione Armando, in pochi e male armati, avevano ricevuto ordine di vigilare senza intervenire. Alle popolazioni civili era stato consigliato, per precauzione, di abbandonare le case e riparare nei boschi.

Nella piccola borgata di Ca’ Berna erano rimasti solo vecchi donne e bambini. Tonino, che all’epoca aveva 18 anni, all’approssimarsi dell’arrivo dei tedeschi andò incontro alla madre, che quella mattina era scesa in paese, per avvertirla del pericolo. Incontratala poco lontano, non riuscì però a dissuaderla dall’intenzione di rientrare a casa e a convincerla a seguirlo nei boschi dove egli fece ritorno nascondendosi.

Tutto sembrava filare liscio, ma l’imponderabile era in agguato. La piccola formazione partigiana seguiva la ritirata del nemico nascosta dietro gli alberi quando un suo componente, inopinatamente, piazzò una mitragliatrice su una altura al limitare del bosco sopra Ca’ Berna e, all’apparire delle prime truppe nemiche, aprì il fuoco. La mitragliatrice si inceppò. La rappresaglia dei tedeschi fu terribile: radunarono all’interno di un caseggiato tutti i 28 abitanti che erano rimasti nelle loro case e li uccisero a sangue freddo senza pietà con un colpo alla fronte in modo che ciascuno potesse vedere la morte dell’altro. La madre del giovane Tonino era fra loro.

Proseguendo il loro ripiegamento, prima di giungere a Vidiciatico, uccisero altre due persone che casualmente incrociarono il loro cammino. Nei giorni a seguire ebbero modo di lasciare una lunga scia di sangue che giunse fino a Marzabotto dove fu compiuta una immane carneficina.

A settanta anni dalla liberazione ho voluto raccontare questo tragico e poco conosciuto episodio che testimonia della assurdità delle guerre e di come sia difficile ancora oggi, per Tonino e per tutti noi, capire il perché del sacrificio di tante vite umane. Una risposta non c’è. Importante è non dimenticare.