Al scartòz (il cartoccio)

Al scartòz (il cartoccio)

C’è stato un tempo nel quale il #verbo #incartare aveva un significato pregnante. Significava proprio avvolgere con carta.

Andavi dal droghiere a comprare farina, zucchero, sottaceti, tonno e molto altro e la merce veniva avvolta con maestria nella carta. C’era la carta da zucchero, la carta oleata, la carta gialla.

La maestria del droghiere consisteva nel confezionare il cartoccio in modo da sigillare perfettamente il contenuto evitandone la fuoriuscita. Arrivati a casa, bastava aprirlo e utilizzare il contenuto o trasferirlo nei contenitori dedicati. Alcuni tipi di carta, come quella gialla, ottenuta dalla paglia pressata, veniva conservata per essere riutilizzata, bagnata, come lenitivo per le contusioni o i bernoccoli.

Oggi mi sono recato presso l’Antica Drogheria dalla Pioggia, in via Galliera a Bologna, per comprare ciliegie candite verdi, che erano in bella mostra dentro un vaso di vetro. Con mia grande meraviglia, l’addetto mi ha dato la quantità richiesta confezionandomela in un cartoccio eseguito con assoluta maestria.

Un tuffo nel passato; in un mondo senza plastica. Poi ho pagato in euro e mi sono ritrovato di nuovo nel 2016!

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Gli storni a branchi non si ingrassano

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“Gli storni a branchi non si ingrassano”. Così diceva la mia bisnonna materna intendendo dire che le opportunità ci sono ma bisogna sapere e volerle cogliere; e che non possono essere per tutti. Diceva anche che bisogna rallegrarsi del benessere altrui perché, se gli altri “stanno bene non avranno bisogno di venire a chiedere il nostro aiuto” e potremo quindi continuare il nostro lavoro.

Possono sembrare solo frasi fatte, dettate dal senso comune. Sono invece, a mio parere, espressione di saggezza popolare dalla quale ancora oggi poter trarre insegnamento.

Viviamo tempi nei quali si sente parlare spesso di reddito di cittadinanza e si reclamano diritti fingendo di ignorare i doveri. Si alzano sbarramenti a protezione delle frontiere per chiudere la porta a chi chiede aiuto; avanti di questo passo, bisognerà proclamare la giornata mondiale della cupidigia eleggendone Scrooge a patrocinatore.

Aveva ragione la nonna, invece. Il benessere si produce lavorando e mostrando di saper cogliere le opportunità; non è possibile distribuirlo a tutti. Stampare moneta è cosa diversa da produrre ricchezza. Lasciare che chi ha bisogno possa partecipare alla vita della collettività prestando la sua opera, è non solo giusto; ma doveroso. Servirà a produrre ricchezza per sfamare i bisognosi e per garantire il funzionamento della società in cui viviamo.

Cerchiamo di non dimenticare che nel decennio fra il 1960 ed il 1970, venticinque milioni di persone nel nostro paese cambiarono comune e dodici milioni cambiarono regione per trovare un lavoro. Fra queste anche i miei genitori. Lasciamo gli storni liberi di volare e di cercarsi il cibo. Se lo troveranno, il cielo sarà più azzurro per tutti.

 

Il terremoto del Friuli

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Terremoto in Friuli

Ci sono esperienze che, in un attimo, ti cambiano la vita. Per sempre. Dopo, niente è più come prima.

Il sei maggio del ’76 era stata una giornata insolitamente calda. Era da poco calata la sera quando un violento terremoto devastò alcune zone del Friuli. A quel tempo prestavo servizio militare in quella regione e quel giorno eravamo in esercitazione dentro l’invaso del fiume Tagliamento. Insieme alla mia compagnia, dopo un paio d’ore dalla prima scossa, ricevemmo l’ordine di partire. Fummo caricati su camion ed inviati a portare soccorso alla gente del paese di montagna di Forgaria in provincia di Udine. A causa della condizione delle strade, impiegammo circa cinque ore per percorrere poche decine di chilometri. Arrivammo che era ancora notte e solo con le prime luci dell’alba ci rendemmo conto della devastazione. Nella più totale disorganizzazione, per scavare fra le macerie usammo le mani e l’elmetto. L’esercito americano, arrivato da una base ubicata nella zona, aveva potenti escavatrici che però si rivelarono troppo grandi per riuscire a transitare per le strade del paese.

I contadini friulani invece, con le piccole pale dei loro trattori agricoli, verso le nove del mattino, praticamente da soli, riuscirono a liberare le strade del paese e si poté così iniziare a recuperare i cadaveri delle vittime, che purtroppo furono molti. Insieme ai superstiti scavammo senza sosta fra le macerie e, dopo alcune ore, nella scuola del paese rimasta in piedi le salme giacevano allineate. Terminato questo triste compito ci dedicammo a distribuire acqua e bottiglie di latte che nel frattempo erano arrivati con alcuni mezzi dell’esercito e ad aiutare i sopravvissuti a recuperare valori e masserizie dalle case lesionate. Nel tardo pomeriggio, sporchi e sudati, ricevemmo il cambio, un pasto caldo e potemmo comunicare con le famiglie utilizzando a turno il telefono pubblico dell’unico bar rimasto in piedi nel paese. Quando a sera lasciammo il paese per fare rientro alla base, l’inadeguatezza delle nostre dotazioni fu duramente criticata dagli abitanti superstiti . Nei giorni a seguire, sotto una pioggia che sembrava non finire mai e in un susseguirsi di scosse di assestamento, continuammo a distribuire aiuti alla popolazione stremata.

Mesi più tardi, fummo richiamati al Distretto Militare per il ritiro di una medaglia commemorativa (vedi foto) come riconoscimento per il lavoro svolto. Convinto di aver fatto soltanto il mio dovere, non mi presentai alla cerimonia. Al terzo avviso di convocazione con tassa a carico del destinatario, mio padre, stanco di pagare la tassa di spedizione, mi convinse a presentarmi per il ritiro.

Molti anni dopo quella triste sera di maggio, ho portato la mia famiglia a visitare quei luoghi rimasti nel mio cuore e vedendo il lavoro di ricostruzione fatto da quella gente, ho pianto calde lacrime di gioia.

L’Ufficiale Osservatore

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L’Ufficiale Osservatore

Per la soluzione dei problemi occorre #unlavorobenfatto come dice l’illustre @moretti (Vincenzo Moretti). Esiste però un solo modo per fare bene una cosa. Può essere complicato trovarlo e, soprattutto, per riuscirvi bisogna provarci. Inoltre è assai difficile farlo da soli senza avvalersi della collaborazione di un team.

Quarant’anni orsono ero di leva e prestavo servizio come artigliere semovente campale. L’armamento del reggimento era costituito da obici da 155mm con una gittata di oltre quindici chilometri. Il tiro di queste armi è curvo e, in genere, l’obiettivo non è visibile dal punto di sparo. Oggi le cose sono molto cambiate ma, allora, il loro utilizzo era un lavoro di squadra.

Oltre al comandante, senza il cui ordine non si sarebbe aperto il fuoco, la squadra era composta da: “specializzati per il tiro” con il compito di eseguire calcoli balistici che tenessero conto dell’orografia, della distanza dell’obiettivo e della forza e direzione del vento; ogni obice aveva poi un “capo pezzo” addetto allo sparo e quattro “serventi al pezzo” con il compito di provvedere a caricare l’arma con le munizioni e alla rimozione dei bossoli dopo ogni colpo sparato. Diverse batterie, costituenti un battaglione e composte ciascuna da alcuni obici, venivano schierate sul terreno. Al loro servizio vi era poi un “ufficiale osservatore” collocato in una posizione dalla quale poter vedere l’obiettivo da colpire e contemporaneamente riuscire a comunicare via radio con il “posto comando” del battaglione.

Dopo aver effettuato i calcoli, venivano comunicati i dati di alzo e di puntamento e, un solo obice impostato con tali dati, apriva il fuoco. L’ufficiale osservatore comunicava il punto di caduta del colpo rispetto alla posizione dell’obiettivo. Con questa informazione si poteva correggere il tiro e con i colpi successivi centrarlo. Una volta trovate le giuste coordinate, l’intero battaglione era in grado di aprire il fuoco. Come si evince, si trattava di un compito da svolgere avvalendosi della collaborazione di molte persone. Ogni persona era importante. Alcuni compiti erano di maggiore responsabilità, altri erano più faticosi ma tutti insostituibili.

Nello scenario politico di oggi, sembra che tutti vogliano svolgere il compito di “ufficiale osservatore” e, dall’alto della collina, limitarsi a dire agli altri che non va. Ovvio che non possa funzionare senza che ci sia nel contempo chi si incarica di provare a fare le cose. Inoltre i moderni “ufficiali osservatori” spesso si limitano a dire che “il tiro” è sbagliato, mentre dovrebbero dire se il colpo sia caduto oltre l’obiettivo o se sia corto. Oppure se sia caduto a destra o a sinistra del punto da colpire. A volte gli aggiustamenti da apportare sono molteplici; altre volte può essere necessario ricominciare tutto da capo.

La strada può essere lunga e, nel corso di una legislatura, il compito di “ufficiale osservatore” può passare da un soggetto politico ad un altro. L’importante è che chi lo svolge sia collaborativo.

Effetto teleobiettivo

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Effetto #teleobiettivo

A volte fissiamo la nostra attenzione su un particolare trascurando il contesto nel quale si trova senza riuscire a distinguere ciò che sta dietro e tutto intorno. Un po’ quello che avviene quando in fotografia o in cinematografia usiamo il teleobiettivo. Come noto, si tratta di un componente che ha la funzione di ingrandire un particolare del soggetto dell’inquadratura consentendo di apprezzare dettagli non altrimenti visibili. Il “prezzo da pagare” è però dato da un più stretto angolo visuale e da una ridotta “profondità di campo”. Detto in altri termini, non riusciremo a vedere cosa sta attorno e risulterà sfuocato tutto ciò appare sullo sfondo.

Questo fatto può avere serie conseguenze negative quando ad attirare la nostra attenzione su un argomento sono i mezzi di comunicazione di massa che spesso la indirizzano su particolari insignificanti distogliendola dal vero nocciolo della questione. Fissare l’attenzione su di un particolare può portare inoltre a deformazioni della realtà così rilevanti da farci perdere il senso delle reali proporzioni del tema trattato.

Quando ad esempio parlano di profughi, soffermando l’attenzione sul loro numero elevato, non ci portano a valutare che se rapportato alla popolazione del nostro continente, esso risulta percentualmente irrilevante. Quando ci dicono che fra le fila di questi disperati si possono nascondere pericolosi terroristi, ci portano invece a non valutare che spesso essi sono già fra di noi e che la loro scelta aberrante potrebbe avere fra le concause le condizioni nelle quali alcuni gruppi di persone vivono nelle periferie degradate di molte città.

Una giovane madre che piange in un campo profughi, un bambino che gioca di fronte ad una barriera di filo spinato, un immigrato che vaga ubriaco per le strade delle nostre città o un terrorista che uccide senza pietà persone inermi, sono facce diverse dello stesso problema. Non possiamo isolarle considerandole separatamente.

Per gestirlo non basta il buonismo di una certa sinistra che finisce col concretizzarsi in situazioni di degradata emarginazione, con il proliferare di quartieri ghetto o con lo sfruttamento di manodopera tramite il lavoro nero. Non serve la demagogia populista di chi vuole farci credere che gli immigrati facciano la “bella vita” a nostre spese mentre, in realtà, quelli ai quali è consentito di lavorare, sono ormai una componente sociale che produce ricchezza per la società e non una voce di costo.

Occorre offrire opportunità a chi le merita, senza discriminazioni; occorre altresì pretendere il rispetto delle regole da parte di tutti. Solo così potrà funzionare. Commuoversi guardando un giorno la foto del cadavere di un bambino che giace su una spiaggia, un altro giorno un bambino che nasce nel fango di un campo profughi e poi, il giorno dopo, voltarsi dall’altra parte e riprendere a vivere la nostra vita, è la cosa peggiore che possiamo fare.

Guardiamoci attorno; cercando nel contempo di “vedere” tutto ciò che ci circonda!

 

Profughi

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Profughi

Ai tempi dell’ultimo conflitto mondiale, il termine utilizzato per indicare chi fuggiva dalla guerra era sfollati. Anche nella mia famiglia ve ne furono in quel periodo.

A seguito dell’armistizio, durante la loro ritirata verso nord, i tedeschi si appostarono sui Monti della Riva e lì rimasero abbastanza a lungo prima di essere sconfitti nel febbraio del ’45. Durante la loro permanenza costituirono un continuo pericolo per le popolazioni locali. Accadeva infatti che, facendo uso di potenti carabine che i montanari definivano “ciack-pum” a causa del rumore che provocavano al momento dello sparo, si “divertissero” a sparare sui civili inermi intenti alle loro occupazioni quotidiane quando questi si trovavano a transitare nei punti esposti. Accadde ad esempio all’allora ragazzo Rineo Roda che, per evitare di essere colpito, rimase fino al calare delle tenebre nelle “Campore”, vicino alla “Ca’ Rossa” nel punto in cui la strada che proviene da Vidiciatico spiana prima di arrivare a La Ca’. Accadde parimenti a mio nonno Giovanni Fondaroli, malato di cuore che, di ritorno a Ca’ Corrieri provenendo da Poggiolforato, bersagliato dai tedeschi, trovò rifugio in un capanno per attrezzi nei “Burattini” fino a che non fece buio. Ogni volta che provava ad uscire, i colpi di carabina si abbattevano sulla porta di legno del capanno.

La vita era divenuta pericolosa e, per chi non aveva possedimenti o armenti, anche guadagnarsi da vivere risultava estremamente difficoltoso. Fu così che mio nonno Giovanni decise di prendere la moglie e le due figliolette e raggiungere terre più sicure. Andò in Trentino dove, sfruttando le sue competenze, grazie anche all’accoglienza di quelle genti, trovò lavoro come “scalpellino”. Nella foto, che ritrae un gruppo di lavoratori intenti alla costruzione di un ponte in pietra, mio nonno è al centro con la camicia chiara e brandisce un pesante martello a forma di “mazzuolo” che era lo strumento col quale picchiare sullo scalpello appuntito per dare forma alle pietre.

Al termine della guerra mio nonno e la sua famiglia fecero ritorno alla loro terra dove avevano lasciato gli anziani genitori che, fortunatamente ritrovarono tutti in vita. Le guerre, allora come ora, sono assurde e spesso a pagarne le conseguenze sono le popolazioni inermi costrette a fuggire per trovare riparo e avere salva la vita. Non lo dimentichi chi allora fu artefice di tanta crudeltà e chi oggi nega asilo a coloro che fuggono.

L’accetta di Romeo

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L’accetta di Romeo

Alla metà degli anni ’50, nel Belvedere sull’Appennino Bolognese, il mestiere del taglialegna era ancora molto diffuso. Quasi sempre si trattava di lavoro bracciantile eseguito alle dipendenze di datori di lavoro locali o provenienti da altre comunità. Un taglialegna poteva però anche prendere piccoli lavori da eseguire in proprio come, ad esempio, la “scamajadùra” di un castagneto come veniva definita nel dialetto locale la potatura dei rami malati. Talvolta, durante queste operazioni, nei casi di piante irrimediabilmente malate, si rendeva necessario ricorrere all’abbattimento delle stesse.

Un giorno d’estate, in un castagneto nei pressi di Frascare, borgata nella quale risiedevo insieme alla mia famiglia, Romeo Benassi era al lavoro. Aveva da poco completato l’abbattimento di un vecchio albero e, lasciata l’accetta affilata appoggiata al tronco abbattuto vicina al “tascapane” e agli altri strumenti da lavoro, era dedito con la mannaia alla ripulitura dei rami più grossi.

All’epoca avevo poco più di due anni e mi piaceva molto andare in giro col mio bisnonno Angiolìn che sapeva tante cose. Avendo sentito il grande trambusto causato dall’albero al momento della sua caduta, raggiungemmo insieme il luogo e ci fermammo ad osservare il lavoro del boscaiolo. Il nonno, come amavo chiamarlo, si mise a parlare con Romeo e così, approfittando della sua momentanea distrazione, colsi l’occasione per avvicinarmi incuriosito agli attrezzi da lavoro. Senza rendermene conto, uno dei miei polpacci sfiorò l’accetta e la sua lama affilata penetrò nella carne provocando un lungo taglio. Il mio pianto attirò l’attenzione del nonno che iniziò ad inveire contro l’incolpevole boscaiolo reo, a suo dire, di avere lasciato incautamente in giro l’affilatissima ascia.

Fui portato subito da un medico che in quei giorni villeggiava da mia nonna materna a Ca’ Corrieri il quale, constatata la superficialità della ferita, me la medicò e poi la bendò. Non furono necessari punti di sutura ma, da quel giorno, imparai ad avvicinarmi con maggiore cautela alle lame taglienti.

Nella foto, nella quale sono con mia madre Ivonne, mia nonna Berta e le mie zie Laura e Giovanna, è ben visibile la fasciatura della gamba destra ed evidente la mia espressione contrariata dopo una medicazione.